I notiziari mostrano immagini dure: negozi devastati, edifici istituzionali in fiamme, persone in fuga e altre all’inseguimento. Una rabbia impetuosa attraversa queste scene. In questi giorni, in Francia e in Italia, diverse componenti della società si sono mobilitate per esprimere il proprio dissenso. Alcune credono ancora nel valore della democrazia e manifestano pacificamente; altre hanno perso questa fiducia e ricorrono alla violenza. Quando le parole restano inascoltate, le rivendicazioni non riconosciute si accumulano fino ad esplodere. Il dissenso assume così forme diverse, ma porta alla luce una frattura comune: la distanza tra chi chiede ascolto e le istituzioni chiamate a rispondere.

Le Furie sono sempre più giovani. Di fronte a prospettive inquietanti, faticano a immaginare un futuro: le promesse con cui sono cresciuti i loro genitori non reggono più. Studiare, godersi l’estate, trovare un buon lavoro, viaggiare, costruire una famiglia, garantirsi una vecchiaia sicura. Ma il lavoro per cui ci si prepara rischia di scomparire in pochi anni; mettere su famiglia comporta costi altissimi per la casa e la sanità; le estati sono già troppo calde e persino un bicchiere d’acqua si paga. Il mondo è attraversato da armi e guerre, mentre la vecchiaia appare troppo lontana per pensarci. Non è soltanto il presente a pesare: è la difficoltà di riconoscere, nelle promesse ricevute, una prospettiva ancora credibile e sicura.

Queste rivendicazioni, giuste e legittime, restano da tempo senza ascolto: alimentano il conflitto e accumulano tensioni pericolose. Negli ultimi decenni, le democrazie neoliberali hanno cercato di nascondere, rimuovere o contenere il conflitto con regole più attente all’apparenza dell’ordine sociale che alla responsabilità politica. Eppure, come insegna la psicoanalisi sociale, il conflitto rimosso prima o poi si trasforma in sintomo. L’angoscia investe l’intera società e l’energia vitale, repressa e non riconosciuta, riemerge con violenza per rivendicare il diritto di esistere. Rimuovere il conflitto non significa risolverlo: significa lasciare che le tensioni crescano senza trovare uno spazio in cui essere riconosciute e affrontate.

Gli esempi sono numerosi: nella storia, il dissenso espresso nelle strade ha guidato le riforme sociali e civili. La violenza, invece, danneggia tutti, perché rende accettabile il ricorso abituale alla repressione. La politica deve saper ascoltare: anche chi ha smesso di parlare. Anche da noi.

Angela Andolfo Filippini

Direzione PS Lugano