Che cosa banale, scrivere un sì o un no su di un pezzetto di carta, premettendo sempre di avere tutte le facoltà fisiche e mentali integre, non è un atto particolarmente difficile o complesso. Proprio mentre mi accingo a scrivere queste affermazioni da imbucare dopodomani in Municipio mi soffermo con il pensiero su di un nome, “Marili” Terribilini-Fluck. La signora è la prima donna socialista eletta in Gran Consiglio nel 1971.
Susanna Castelletti storica e docente ha raccontato di lei e la storia del suffragio universale giovedì 16 maggio 2019 durante l’incontro organizzato dall’USI, (Unione Socialisti e Indipendenti), all’Oratorio San Giovanni Bosco di Minusio. Come quindi grazie a Marili e a un gruppo di temerarie si sia arrivati a oggi: con questo gesto, per me così spontaneo, naturale e a volte, diciamolo pure, noioso. Perché si, andare a votare significa usare la testa, e la testa delle donne non è diversa da quella degli uomini. Certo ci sono delle differenze di genere, ma questo non significa che ci sia un’inferiorità nel nascere donna.
Ma di nuovo, quest’ultima affermazione ora scontata (forse), non lo era a 50 anni fa quando ancora una volta, la terza, si votava per permettere alle donne di far parte della vita politica del nostro Paese. In ritardo sulla maggior parte delle nazioni circostanti, il 7 febbraio 1971 la votazione che permette alle cittadine Svizzere di votare e essere elette viene accolta con il 58,8% di voti. A livello Cantonale e Comunale questa vittoria risale al 19 ottobre 1969, quest’anno ne ricorre infatti il primo giubileo.
Ma cosa hanno dovuto affrontare e in quale modo hanno dovuto muoversi le donne per arrivare a questa vittoria?
Innanzitutto la democrazia diretta molto importante per la Svizzera è forse stato l’ostacolo maggiore, infatti, nel resto dei paesi le donne dovevamo “solamente” convincere i politici. Le suffragette inglesi ad esempio avevamo tra le strategie possibili le manifestazioni di piazza e le azioni clamorose, dovevano difatti convincere l’establishment politica di aver il diritto di parola sulle questioni governative. In Svizzera il compito è stato molto più arduo, si doveva infatti convincere l’intero elettorato e si richiedeva inoltre una doppia vittoria, perché oltre a convincere la popolazione era necessario avere la maggioranza dei Cantoni per poter ricevere il diritto di voto a livello Federale. Convincere quindi i mariti, i fratelli, i figli, i datori di lavoro, di tutti i ceti sociali e culturali, si capisce che questo è stato un lavoro enorme e necessitava di un grande impegno, il coraggio di mettersi in gioco e una coordinazione negli interventi. Cambiare la mentalità predominante è stato molto impegnativo perché le femministe hanno dovuto far fonte a pregiudizi radicati come l’inferiorità della donna, la fragilità mentale della donna dovuta a cambiamenti ormonali, le paure dei cambiamenti nella società se la donna fosse uscita dal casolare. Queste paladine hanno dovuto sradicare tabù e la visione del mondo divisa in due: dove l’uomo faceva parte della vita pubblica e la donna invece doveva organizzare la casa e gestire la sfera privata. Le nostre suffragette dovevano dimostrare che facendo parte della sfera pubblica non si sarebbero snaturate non avrebbero perso le loro capacità di gestire la famiglia e la casa.
Storicamente è con l’inizio del 1900 che si formano le prime associazioni di donne a scopo paritario, ma da subito si nota che non è possibile far valere i propri diritti se a livello istituzionale non è possibile essere ascoltate, per questo si sviluppa il discorso suffragista. Nel 1909 nasce l’Associazione Svizzera per il Voto alle Donne per essere più incisive e coordinate nonostante le aree geografiche e culturali diverse e ricordiamo anche senza i mezzi di comunicazione attuali.
Proseguendo nei fatti ricordiamo che il contesto dei due conflitti mondiali ha portato gli uomini lontano da casa. In questi casi i compiti da loro svolti sono toccati alle donne per permettere all’economia e alla socialità interna del paese di proseguire. Un esempio è la possibilità data alle donne in quei periodi di votare nelle scelte patriziali essendo gli uomini al fronte. Alla fine di questi due momenti storici le donne, che avevano comunque dimostrato le loro capacità, si aspettavano dei riconoscimenti, che in gran parte dell’Europa arrivarono. In Svizzera sono state invece di nuovo relegate nelle case, preferibilmente e possibilmente silenziose in cucina. Questo concetto si traduce nelle tre K : Kinder, Küche, Kirche, ecco il ruolo e lo spazio che la donna doveva occupare.
Questa visione durò ancora quasi due decenni dopo la fine del secondo conflitto mondiale, infatti è solo nel 1959 che ci sarà la prima votazione per allargare i diritti politici alle donne. In questo caso la politica non si schiererà e non prenderà posizione in merito. I toni della campagna solo allarmisti, a tratti denigranti e l’esito negativo non è una sorpresa: la bocciatura avviene con circa il 67% di voti negativi. Quest’anno però sancisce l’inizio della sensibilizzazione al tema, alcuni cantoni iniziano a permettere il suffragio universale nelle votazioni cantonali e comunali. Nove anni dopo, il 1968, viene definito l’anno internazionale dei diritti dell’uomo, ci si trova in un clima di rinnovamento e cambiamento a livello mondiale. La Svizzera vorrebbe quindi rettificare la convenzione europea dei diritti dell’uomo. Trapela però la voce che il Consiglio Federale vuole aderire alla convenzione con riserva, riserva proprio sul voto alle donne. Nella convenzione si parla infatti di parità tra tutti i cittadini e la Svizzera non la garantisce non permettendo alle donne il diritto al voto. Le associazioni femministe e tutte le donne si indignano e per la prima volta scendono in piazza. La figuraccia nei confronti della comunità mondiale è imminente e per questo si organizza una votazione per il 1971 dove finalmente arriva la vittoria: le donne in materiale federale hanno diritto di voto!
Per far sì che tutte le donne svizzere possano votare nel loro Cantone e Comune si dovrà attendere l’obbligo del Consiglio Federale che nel 1990 costringerà il cantone di Appenzello esterno a concedere il suffragio universale.
Di Alice Garzoli, Maggia