Qualche giorno fa sul Corriere del Ticino è apparso un interessante articolo su Chimamanda Ngozi Adiche, formidabile scrittrice nigeriana femminista.

Ho già letto alcuni suoi libri e anche l’ultimo recensito nell’articolo, rivolto ad un’amica appena divenuta madre di una figlia, con 15 consigli che vi elenco:

1. Sii una persona completa
2. Fatelo insieme
3. Spiegale che l’idea di “ruoli di genere” è una grande sciocchezza
4. Guardati dai pericoli di quello che chiamo il “femminismo light”
5. Insegna a Chizalum a leggere
6. Insegnale a mettere in discussione la lingua
7. Non parlare mai del matrimonio come un traguardo
8. Insegnale a bandire l’ansia di compiacere
9. Dà a Chizalum un senso di identità
10. Sii determinata ad affrontare la questione del suo aspetto fisico
11. Insegnale a mettere in discussione l’uso della biologia a “giustificazione” delle norme sociali
12. Parlale del sesso, e comincia presto
13. L’amore arriva, sta’ in campana!
14. Nel parlarle di oppressione, sta’ attenta a non trasformare gli oppressi in santi
15. Insegnale la differenza

Ho cercato di fare la stessa cosa con la mia e ho ricevuto un sorrisetto poco interessato. Non capisco se le giovani vogliono nascondere il loro pensiero femminista (come facevo io a quella età) o se la consapevolezza delle discriminazioni viene percepita solo più avanti con l’età.

Purtroppo sul sito web e in altri social questo interessante contributo di Farian Sabahi non è stato ripreso e allora mi sono presa il tempo di riprendere il testo integrale dal giornale perché vale la lettura, dalla prima all’ultima parola.
Condivido con voi l’intervista completa.

Cristina Zanini Barzaghi
10 settembre 2017


L’importante è sconfiggere gli stereotipi

La scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie ospite al Festivaletteratura di Mantova, di Farian Sabahi (da Corriere del Ticino 8 settembre 2017)

«La maternità è un dono fantastico, ma evita di definirti solo in termini di maternità. Sii una persona completa. Tua figlia ne trarrà beneficio. Non ti scusare mai perché lavori. Non è neppure necessario che lo ami, il tuo lavoro; basta che ami ciò che il lavoro ti dà: la sicurezza e la gratificazione che vengono dal fare e dal guadagnare. Non è l’uomo che si occupa del sostentamento: in una relazione sana, del sostentamento si occupa chi se ne può occupare». Esordisce così la femminista nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie nel suo ultimo libro Cara Ijeawele. Ovvero quindici consigli per crescere una bambina femminista dato alle stampe in italiano da Einaudi lo scorso 7 marzo (data non casuale) nella collana Frontiere. Un manuale adatto a tutti, consigliato soprattutto ai genitori di adolescenti, femmine e maschi. Un argomento di cui l’autrice ha discusso l’altra sera con Michela Murgia al Festivaletteratura di Mantova.

Chimamanda è diventata punto di riferimento per la lotta contro il razzismo e per i diritti delle donne, e per questo nel 2014 è stata inclusa da Time Magazine tra le cento persone più influenti al mondo. Nata ad Abba (Nigeria) nel 1977, è cresciuta nella città universitaria di Nsukka e a diciannove anni si è trasferita negli Stati Uniti per completare gli studi. Vive tra gli USA e Lagos, con il marito medico e la figlia. Il suo libro più famoso è probabilmente il bestseller Americanah: nato come blog, lo aveva chiamato Razzabuglio o curiose osservazioni di una Nera Non Americana sull’essere neri in America. Al centro la sua generazione, quella indecisa tra Africa e Stati Uniti. Cinquecento pagine che ruotano attorno alle vicende della giovane Ifemelu, il suo viaggio dalla Nigeria a Princeton, dove ha vinto una borsa di studio, e la sua nuova vita in terra straniera nel tentativo di adeguarsi alla cultura e all’accento americano. Due osservazioni. La prima sull’amore interraziale: «Non mi sono mai pensata nera e lo sono diventata solo al mio arrivo in America. Se sei nero in America e ti innamori di un bianco, la razza non è un problema finché siete da soli, perché siete solo voi e il vostro amore. Ma appena esci fuori, la razza ha importanza eccome». La seconda osservazione riguarda il desiderio di tanti africani della classe media di emigrare, persone come il ragazzo amato dalla protagonista, persone cresciute «con cibo e acqua abbondanti ma impantanate nell’insoddisfazione, abituate n dalla nascita a guardare altrove: Obinze non moriva di fame, o subiva violenze, o veniva da villaggi bruciati, ma aveva semplicemente sete di scelte, di certezze». Un gran bel libro, Americanah, con cui Chimamanda si è aggiudicata il National Book Critics Circle Award 2013 ed è risultata tra le finaliste del Baileys Women’s Prize for Fiction 2014.

Non mi sono mai pensata «nera» fino al mio arrivo negli Stati Uniti.
La femminista nigeriana è anche autrice di due classici della letteratura africana contemporanea: L’ibisco viola, che nel 2005 le è valso il Commonwealth Writers’ Prize for Best First Book, e Metà di un sole giallo sulla guerra in Biafra (Orange Broadband Prize nel 2007 e Premio internazionale Nonino nel 2009). Beneficiaria di una MacArthur Foundation Fellowship, è autrice della raccolta di racconti Quella cosa interno al collo. Memorabile la conferenza TEDx Dovremmo essere tutti femministi (il testo è stato pubblicato in italiano da Einaudi) tenuta nel 2013, da cui ha tratto ispirazione la cantante Beyoncé nel brano Flawless.
Ma torniamo all’ultimo libro, quello presentato al festival di Mantova. Cara Ijeawele è un vero e proprio pamphlet. Sotto forma di lettera, nasce come una serie di post su Facebook. Il linguaggio è confidenziale e quindi intimo, il messaggio è politico e universale. Con una buona dose di ironia. Pagine necessarie, nel momento in cui sui giornali si legge di tanta violenza contro le donne. I consigli di Chimamanda sono molteplici. Di base resta il fatto che i figli – femmine e maschi – ci guardano e prendono spunto. È quindi sbagliato ringraziare il loro padre quando se ne occupa: in quanto genitore, ne ha la piena responsabilità, fare qualcosa per i gli non equivale fare un favore a noi donne e madri. Se un uomo sta ai fornelli e si mette a stirare, questo non deve essere percepito come qualcosa di strano: in casa tutti devono essere in grado di fare tutto, a seconda della disponibilità di tempo. È questo il messaggio che deve passare, indispensabile per abbattere gli stereotipi di genere. Stereotipi che purtroppo ricorrono fin troppo spesso nei media. Basti pensare a come i quotidiani hanno descritto il marito del premier britannico Teresa May: «Philip May è noto negli ambienti politici come l’uomo che si è seduto in disparte permettendo alla moglie, Theresa, di rifulgere». A Chimamanda quel gerundio, permettendo, non piace proprio: «Bisogna diffidare del femminismo light perché è un’idea vuota, va rifiutata». Per lei, essere femminista è come essere incinta: o lo sei non non lo sei. In altri termini, o credi nella piena uguaglianza fra uomini e donne, oppure non ci credi. Di conseguenza, mai dire ai figli di fare o non fare qualcosa «perché sei una femmina». Un esempio concreto? Eliminare dagli scaffali i vestiti rosa per le femmine e quelli azzurri per i maschi, basta regalare bambole alle bambine e macchinine ai fratelli. Un altro banco di prova è il discorso sul matrimonio: avete mai sentito dire a un ragazzino che da grande sarà felice perché si sposerà? No, e allora non bisogna mai parlare di matrimonio alle femmine come di un traguardo. Anche perché il principe azzurro non esiste, meglio saperlo subito che una vita di coppia è fatta di tanti compromessi. Meglio incitarle a leggere. E se non hanno voglia, «allora non esitate a dare 5 centesimi a pagina. In genere funziona». Secondo Chimamanda bisogna leggere tutto. Anche di sesso: «devono imparare in maniera onesta e fisica, più che romantica e metaforica. Usando quello che serve, incluso You Porn». Come i maschi.