di Barbara Di Marco Christoffel

14 giugno 1991. Ve lo ricordate? Io sì. Avevo 14 anni e quel giorno sono andata a scuola vestita di viola dalla testa ai piedi. Ero l’unica che si era vestita di viola e ho fatto scalpore. Non ho scioperato come hanno fatto 500’000 donne, perché come detto andavo ancora a scuola.
“Der Frauenstreiktag”, il primo sciopero nazionale delle donne in Svizzera, era stato inizialmente promosso dalle operaie dell’orologeria della Valle di Joux. Guadagnavano nettamente meno dei loro colleghi maschi e così insieme al sindacato e in particolare con Christiane Brunner avevano lanciato questa giornata di sciopero. A loro si sono unite migliaia di altre donne. Lo sciopero del 14 giugno 1991 è stato lo sciopero più grande della storia svizzera. Il motto era: “Se le donne vogliono, tutto si ferma”.

Delle disuguaglianze ancora notevoli
Da allora sono passati quasi 27 anni. La disuguaglianza salariale è sempre notevole, intorno al 15%, di cui la parte inspiegabile è del 40%. È proprio riguardo a questa parte che ci dobbiamo interrogare; perché riproduce la discriminazione più pesante ed è difficile da cogliere. Se in passato le donne sono state confinate all’ambiente casalingo, questa realtà è ancora radicata socialmente, soprattutto per quanto riguarda il lavoro non remunerato. Nel 2016, il lavoro non remunerato è stato svolto al 61,3% dalle donne, mentre quello remunerato solo al 39,4%.

La doppia discriminazione
Il carico di lavoro non remunerato e le ore in totale lavorate settimanalmente, sono le più alte per le donne che vivono in coppia con figli di meno di 15 anni. Hanno un carico di lavoro di 69,6 ore settimanali di cui 52,8 ore (!) non sono remunerate. Da questi dati si evince come la conciliazione di lavoro e famiglia sia ancora difficoltosa e faticosa. Rimane attuale il concetto della “doppia presenza” di Laura Balbo, termine coniato nel 1978 che descrive la presenza femminile nel pubblico e nel privato con le attribuzioni di responsabilità produttive e riproduttive, e si potrebbe aggiungere, per la mole di lavoro remunerato e per quello non remunerato. Lavorare quasi 70 ore alla settimana è uno sforzo sovraumano, pensando che in più quelle ore non sono retribuite o non retribuite abbastanza il tutto diventa molto criticabile.
Purtroppo non è sufficiente la politica volta a creare strutture di collocamento diurne per i bambini. Serve anche un cambiamento culturale. In Australia sono state fatte delle ricerche sui padri che rimangono a casa, ed è stato scoperto che i papà nonostante stesserò a casa dedicavano solo 19 ore settimanali alla cura dei bambini, mentre le madri che lavoravano a tempo pieno (35 ore settimanali in Australia), ne dedicavano 21. Quel che concerne invece i lavori domestici i padri che restavano a casa svolgevano 28 ore, mentre le mamme lavoratrici ne facevano 23 ore; per poi superare le 70 ore di lavoro settimanali. Come vediamo il problema persiste, anche in un paese come l’Australia. Questo dimostra come la conciliazione di lavoro e famiglia passa anche attraverso l’impegno dei padri.

La lotta femminista ha ragione d’essere
Che c’entra lo sciopero del 14 giugno 1991 con tutto ciò? Dal 1991 la disuguaglianza salariale si è leggermente assottigliata, ma rimane ancora troppo importante. Alcune donne ricordano la differenza salariale con la manifestazione dell’”Equal Pay Day” che nel 2017 si è tenuto il 24 febbraio. Questa è la data, fino alla quale le donne hanno dovuto lavorare per guadagnare ciò che gli uomini hanno guadagnato alla fine dell’anno precedente.

Oggi è il momento giusto per affrontare nuovamente le disuguaglianze tra uomini e donne; anche quelle riguardanti la sottorappresentanza in politica e nelle funzioni dirigenziali. Alcuni paesi hanno deciso di risolvere questo problema introducendo le quote rosa e hanno ottenuto degli ottimi risultati. In Svizzera si nota l’assenza di volontà a fissare una proporzione minima nella legge.

Le donne devono essere valorizzate e il loro potenziale va riconosciuto pienamente. Dobbiamo impegnarci tutti affinché ci sia un’equa rappresentanza nei media, in politica, nelle funzioni dirigenziali e nei consigli d’amministrazione e che le donne siano benvenute in tutti gli ambiti della società.

Le risorse delle donne sono indispensabili per la crescita della società. E quindi mi auguro che riguardo alle donne, ci sia nuovamente un clima caldo, come quello che mi ricordo del 14 giugno 1991, quando avevo 14 anni. La lotta femminista deve continuare.