Ritratto apparso su “La rivista di Lugano” di inizio novembre 2018.
Ci sono persone che passerebbero la propria vita comodamente sdraiate sul divano di casa, con il telecomando in una mano e una birra nell’altra. E non c’è nulla di male perché ognuno è libero di interpretare la propria vita nel modo che ritiene opportuno. Poi, ci sono persone che magari una birra o un bicchiere di vino non li disdegnano, ma al divano preferiscono l’azione.
Marco Imperadore è decisamente un «socio» del secondo club, quello di chi ama il «fare». Ragioniere e perito commerciale di formazione, classe 1964 e padre orgoglioso di tre figli (Eric, Manuel e Lisa), abita a Pregassona ma è originario di Milano. Metropoli con la quale ha ancora un forte legame: «Ho bellissimi ricordi di quella che una volta si chiamava la “Milano da bere”. Io però preferisco definirla “Milano da vivere”, una città in cui si poteva giocare a biglie per strada, dove il contatto umano era una peculiarità che si custodiva gelosamente. Ora i tempi sono cambiati, tutto è cambiato, ma Milano mi è rimasta dentro: ho tanti amici che frequento ancora volentieri ed è una città che trasuda cultura».
Tenete a mente questa parola, perché la cultura, declinata in varie accezioni, riemergerà presto. Fatto sta che Imperadore, dopo un periodo trascorso in una multinazionale giapponese come responsabile informatico e contabile, con un soggiorno in Inghilterra, si trasferisce in Ticino: «Non mi stancherò mai di ringraziare questo Cantone. È stata una scelta dettata dalla necessità di garantire il meglio a mia figlia, che aveva problemi di salute. È andato tutto bene». I suoi occhi si illuminano quando pensa a Lisa, una figlia che ha saputo illustrarsi nello sport con disabilità Special Olympics, vincendo varie medaglie. «È una forza della natura, una ragazza eccezionale che mi dà coraggio. La dimostrazione che anche con un andicap si possono ottenere risultati di eccellenza nella vita e nello sport. Sono fiero di lei».
Imperadore, proprio in ossequio della sua innata polivalenza, in Ticino ha dapprima lavorato in un’azienda vitivinicola del Mendrisiotto, sfruttando la sua solida formazione professionale. Un giorno è arrivata l’offerta del Museo del Dazio Grande di occuparsi della parte contabile e di quella legata alla comunicazione. «Ho sentito un irrefrenabile richiamo e ho accettato di pancia, senza riflettere. Sapevo che sarebbe stata un’esperienza positiva e così è stato. Ho conosciuto la Leventina, i suoi personaggi e le sue persone, sono entrato in contatto con ambienti stimolanti, con gli enti del turismo, con vari operatori culturali. In quegli anni ho maturato esperienze che mi hanno completato come uomo e come professionista».
Ma il percorso di Imperadore non era ancora concluso e dietro una curva spunta un’altra opportunità: un lavoro presso l’Archivio di Stato, per la precisione al Repertorio toponomastico ticinese. «Un altro cambiamento, un altro salto in avanti. Qui ho potuto mettere in pratica le mie conoscenze nel campo della comunicazione e ho imparato il paziente lavoro di redazione, grazie all’amico e collega Stefano Vassere. Se ci penso, ogni esperienza che ho fatto è coincisa con una crescita. Ho potuto sfruttare i numerosi contatti che ho stabilito negli anni. Amo stare con e tra la gente, mi piace scambiare opinioni, per natura sono una persona aperta, che ama il contatto umano. È il comune denominatore di tutta la mia vita, professionale e non». È finita qui? Il percorso è stato completato? No, non ancora: «Dall’Archivio di Stato sono passato all’Osservatorio Culturale. Siamo nel 2010 ed è stato un anno che mai dimenticherò. Mi sono gettato anima e corpo in questa avventura, con l’obiettivo di far conoscere meglio l’attività dell’Osservatorio Culturale. L’ho fatto attraverso le mie conoscenze, divulgando un messaggio in cui credo. La cultura è un tassello importante della nostra società e va valorizzata. Mi spiace vedere che non tutti ne colgano la centralità. Il nostro Cantone dispone di un patrimonio di incredibile portata, una qualità che molti ci invidiano e di cui dobbiamo essere orgogliosi. Io mi sento gratificato ogni giorno dal lavoro che svolgo».
Gratificato dalla cultura, dal contatto con gli altri, dall’esperienza divulgativa? «Di tutto un po’. La cultura fa parte della mia vita da sempre, anche se in forme e con intensità diverse. Mi piacciono il cinema, il teatro e la lettura. Non mi precludo nulla e cerco di trasmettere queste passioni anche a chi mi sta attorno. Credo che se la cultura avesse maggiore spazio nelle nostre vite, tutto sarebbe più bello, saremmo in grado di apprezzare meglio ciò che ci circonda. E non è poco!».
Oltre a correre, un’altra delle passioni principali di Imperadore è il suo quartiere, ovvero Pregassona. È presidente della Commissione locale. «Prendo molto sul serio questo ruolo. È un modo per rendermi utile, per fare qualcosa di concreto per gli altri, per la mia Pregassona. Ognuno di noi ha la possibilità di fare piccole o grandi cose, ognuno di noi ha il dovere di mettersi a disposizione per gli altri, ovviamente nei limiti delle sue possibilità. È bello vedere che con i nostri sforzi ci sono progetti che da sogno diventano realtà: un giardino pubblico, un parco-giochi… Non occorre volare alto, basta restare con i piedi per terra, affrontare i problemi e credere in quello che si fa. Vedere gli altri felici non può che farti felice».