Pensieri di corsa di Filippo Rossi. Pubblicati negli scorsi giorni sui quotidiani ticinesi, che riproponiamo qui come interessante spunto di lettura e riflessione.

Bastano 5 chilometri, non di più. Cinquemila metri per sentirsi o in guerra o in una città mediterranea avvolta nel calore estivo che tutti conosciamo. Da un lato le strade ricoperte di terra che proteggono da agguati del nemico e gli edifici sono crivellati, si svuotano. Dall’altro il mare e i pini marittimi ti fanno sentire a Saint Tropez, con fuochi d’artificio e una città che vive normalmente la sua quotidianità. È la dicotomia tripolina, capitale della Libia. E chi se lo sarebbe mai aspettato? Come andarsi a fare il bagno in mare dopo aver passato una giornata al fronte bevendo un alcol locale fatto in casa (proibito in Libia). Oppure gustandosi un delizioso cuscus cucinato in un ristornate del centro città di Tripoli e mangiato insieme ai soldati sulla linea del fronte, aspettando che i droni del nemico se ne vadano. Tutto accade nel raggio di venti minuti di macchina. Sono esperienze che fanno capire come nelle zone di conflitto la vita debba andare avanti.

Soprattutto in Libia, Paese vittima di una guerra per procura, dove tutto si muove, ma niente cambia. Un conflitto dettato dal denaro e condotto da milizie e tribù mercenarie. Otto anni di ordinaria sottomissione all’incertezza del domani. È logico che sia un mondo così. Spensierato. Disordinato. Un caos che difficilmente vedrà una soluzione. Ma in questo disordine più assoluto la gente sbarca il lunario, alzandosi tardi la mattina e vivendo la giornata senza programmare nulla e costretta ad adattarsi. Una caratteristica tipica di tutti gli abitanti del pianeta Terra. E, soprattutto a Tripoli, dove tutto è funzionante, il cibo non manca (almeno per noi) anche se l’acqua e la benzina a volte scarseggiano costringendo le persone a code infinite o a non lavarsi. L’anarchia è di casa, tutte le regole sono diventate «taylor made», ovvero «su misura».

Nelle istituzioni, nel traffico, negli appuntamenti. Non si può trovare una retta via da seguire o uno stato di calma quando tutti gli uffici cittadini e i mercati non possono chiudere e a 5 chilometri i caccia aerei bombardano. Uno stress costante assorbito ormai da molti.

E in questo vero e proprio limbo la gente è e non è parte di qualcosa, né di uno Stato né di un’ideologia. È persa. Domani potrebbe cambiare di nuovo tutto. E così finge di gettarsi da una parte. Ma poi, forse, si rende conto che è inutile.

Ma anche per noi, semplici spettatori di questo scempio dimenticato da tutti e negletto, diventa tutto «così». Si fa oppure no? Andiamo a quell’ora oppure non ce la faremo mai? Ecco che Emanuele, mio collega e compagno di viaggio in questa missione, ha detto una cosa giusta: il nostro lavoro è anche saper attendere. Forse l’80-85% del tempo. Seduti osservando i soldati al fronte che aspettano imperterriti una battaglia o aspettando una chiamata. Tanta, troppa attesa. Talmente tanta che logora e non permette di lavorare in maniera efficiente. E come si fa a lavorare così? Bisogna accettare e andare avanti, spingere, fino a trovare quello che si vuole. Anche questa è resilienza.

Tutte le energie che non sto mettendo nella corsa le sto usando ora per raggiungere gli obiettivi di questa missione delicata, pericolosa ma estremamente interessante.
In un Paese in guerra si fa fatica a trovare un lato positivo. Sebbene in Libia ci siano cose che fanno sorridere, oltre alla gentilezza della gente che possiede un temperamento differente dagli altri Paesi del Nord Africa. Vedere come siano ancora presenti alcune usanze italiane o parole italiane arabizzate e non viceversa (semaforo, freno, porta, cicchetto). Il cibo mediterraneo. L’espresso davvero ottimo.
E visto che non ne posso più di stare fermo, intanto mi faccio qualche bagno in mare.

Nelle stesse gelide acque dove muoiono migranti che cercano di scappare da qui. Perché i libici non sono garbati così con tutti. Con chi non va loro a genio sono razzisti, picchiano, torturano. Senza pietà. Ma noi questo fingiamo di non vederlo.