Molto è stato e sarà detto della necessità che Lugano abbia un polo sportivo coerente e completo, all’altezza della ricchissima ma dispersa offerta sportiva che le varie associazioni cittadine propongono alla popolazione. Io vorrei invece toccare un aspetto centrale del progetto a mio avviso messo poco in evidenza. E cioè il fatto che si tratta di un progetto volto a una importante e necessaria ricucitura del tessuto cittadino: una ricucitura realizzabile integrando aree poco valorizzate in un contesto urbano che riconosce pari dignità a tutte le sue componenti. Ci arriverò a breve, ma vorrei ancora dire qualcosa sullo sport come fattore di integrazione, la parola-chiave della mia riflessione. Lo sport è un volano importantissimo per l’integrazione: tra le generazioni; tra i generi, favorendo il superamento di stereotipi di genere; tra ceti sociali avvantaggiati e svantaggiati. Ne ho avuto esperienza diretta nei miei anni alla direzione di una associazione che opera in ambito sociale, con progetti a favore di persone variamente sfavorite e quasi sempre con ridotte possibilità di accesso ai cosiddetti beni ‘immateriali’, tra cui la cultura e appunto lo sport. Quando abbiamo potuto avviare progetti di integrazione, tra l’alto proprio presso lo stadio di Cornaredo, abbiamo visto come è centrale il fatto stesso di mettere in relazione realtà diverse: in un’idea di integrazione che coinvolge a pari titolo le realtà implicate e che non può essere mono direzionata.

Anche una città può e deve svilupparsi, nella tutela delle sue specificità, attraverso un dialogo continuo e non unidirezionale tra le sue componenti. Come tutte le altre città, anche Lugano è caratterizzata da ambienti socio-territoriali complessi e diversificati: ha un centro che è il cuore della vita amministrativa ed è sede di numerosi servizi pubblici e privati; ha periferie paesaggisticamente privilegiate e perciò divenute aree di residenza per una fascia alta delle stratificazione sociale cittadina; o ancora ha zone senza destinazioni funzionali specifiche, a volte caratterizzate da contenuti marginali e/o difficili, che sono peraltro tipicamente, e non certo solo a Lugano, in genere collocate proprio nelle zone periferiche.

Il Polo dello sport e degli eventi vuole essere prima di tutto un polo: cioè un centro di attrazione, di aggregazione per il tessuto territoriale che vi si riferisce. Io sono favorevole al polo proprio perché è un polo: grazie ai suoi contenuti diversificati, e non solo a quelli sportivi, ricuce un territorio altrimenti caratterizzato da quel senso di incompiutezza e quindi provvisorietà che caratterizza anche a Lugano le periferie urbane non privilegiate (come ha detto un accorto urbanista “uno dei caratteri fondamentali della periferia è la provvisorietà, cioè l’evidente incompiutezza dei processi insediativi, sia spontanei che pianificati, che le hanno prodotte “). Il polo risolve questa incompiutezza, rinsalda il tessuto urbano ma anche quello sociale, pone quest’area in costante dialettica, con pari dignità, con le altre realtà cittadine. Con pari dignità, tengo a sottolineare, perché il bello può essere creato anche, direi quasi soprattutto, a beneficio di chi fino a oggi non ne ha fatta esperienza o ne ha fatta solo in parte, perché non favorito per stato naturale o per precisa scelta culturale e politica.
Per questa ragione sostengo un polo completo di tutte le componenti previste, perché è solo attraverso una presenza costante di movimento, di vita, e non solo circoscritta alle pur vivaci manifestazioni sportive o ai singoli eventi; è solo attraverso la dinamicizzazione dello spazio e dello spazio sociale – che è possibile raggiungere solo realizzando anche gli stabili amministrativi e quelli residenziali – che questo bellissimo quartiere troverà una sua identità e una dialettica nuova con tutta la città.

In un programma lanciato qualche anno fa a livello europeo si rilevava come la scarsa qualità degli insediamenti concorresse ad alimentare negli abitanti disaffezione e demotivazione, rafforzando al contempo nell’opinione pubblica l’immagine negativa di tali quartieri: con il conseguente rischio che si accentuino all’interno delle città la polarizzazione sociale e il rischio di esclusione per porzioni crescenti di popolazione. Noi non vogliamo nella nostra città territori senza anima e senza stimolo per chi ci vive; non vogliamo una ‘terra di nessuno’ ma vogliamo una città che sia terra di tutti e per tutti: vivificando e valorizzando capacità e potenziali non ancora sufficientemente espressi, favorendo l’osmosi sociale, lo scambio tra le diversità che fanno ricca in capitale umano questa nostra bellissima città. Il polo è un segno di questa bellezza: questo quartiere lo merita, questa città può e dovrebbe poterlo realizzare, e mi auguro lo faccia.

Chiara Orelli Vassere