Recentemente il Giornale del Popolo ha condotto un’indagine tra tutti i partiti politici rappresentati in Consiglio Comunale sul tema delle aggregazioni. Proponiamo qui gli interventi dei due capigruppo del fronte progressista cittadino.

AGGREGAZIONI, MA CON DIALOGO: PERCHÉ AGGREGAZIONE DEVE ESSERE ANCHE INTEGRAZIONE

di Simona Buri, capogruppo PS in Consiglio Comunale

Il Municipio punta a una Città con 16 Comuni. Ma… collaborare o aggregarsi? Tutto subito o meglio un passo alla volta? Ecco come la penso sul tema “aggregazione” e sulla strategia della mia Città.

Se partiamo dalla considerazione che il piano cantonale delle aggregazioni ha quale obbiettivo la costituzione di comuni funzionali, maggiormente autonomi e consapevoli del loro ruolo istituzionale a fianco del Cantone quali Enti di prossimità al cittadino nell’erogare servizi, potrei affermare che il gruppo PS in Consiglio Comunale potrebbe dirsi favorevole. Il progetto cantonale proposto lascia però alcuni dubbi sull’effettiva raggiungibilità dei suoi obbiettivi. Le fusioni di Lugano non sono un bell’esempio di aggregazione riuscita e indicano forse in tal senso i limiti di tali ambizioni forse esagerate.

Nel documento del progetto di consultazione (fase I) del piano cantonale delle aggregazioni del novembre 2013, leggo “che nel 2000 la dimensione media dei comuni ticinesi era di 1’300 abitanti, la quarta più bassa della Svizzera (dopo JU, GR e FR). Due terzi dei comuni aveva una popolazione inferiore alle 1’000 unità, di cui 80 contavano meno di 300 abitanti e di questi 33 meno di 100, troppo poco per assicurare un’effettiva autonomia operativa. Da allora molto è cambiato: grazie all’ampio processo aggregativo, nel 2013 (dati demografici 2010) la taglia media dei comuni ticinesi è raddoppiata rispetto al dato di confronto del 2000 situandosi a ca. 2’500 abitanti mentre il numero di enti locali con meno di 300 abitanti si è ridotto drasticamente, passando da 80 a 20 unità”. Questi dati potrebbero anche accontentarci se non fosse però che lo sguardo è sempre andato solo verso il calderone dove doveva entrarci tutto, non ci si è mai chiesti come mai esistessero comuni così piccoli?

Ogni ex Comune ha o aveva le proprie caratteristiche, fabbisogni, richieste, … differenti o divergenti da Comune a Comune e non sempre facilmente assimilabili con altre. Personalmente sono ottimista, mi piace pensare che anche le utopie più grandi possano un giorno realizzarsi, ma con la grande Lugano ho capito poi che il miracolo non si sarebbe compiuto.

Se non si dà o non si vuole dare la giusta importanza a ciò che sta accadendo, ma si punta lo sguardo rivolto sono allo specchietto per le allodole si rischia di restare abbagliati. Mi spiego meglio, se si hanno diversi comuni eterogenei tra loro, non è che se li metto tutti nello stesso calderone poi ottengo un grande comune omogeneo. L’integrazione delle diverse realtà dei comuni precedenti a Lugano non è riuscita, o perlomeno è ben lontana dall’esserlo.

Gli ex comuni si sono sentiti investiti da un tornado di logiche e dinamiche poco chiare e non sempre al passo con le esigenze del cittadino. Vi è stato un appiattimento civico e politico di ogni quartiere. Il Municipio della grande Lugano ha cercato e ci sta ancora provando ad ascoltare la voce dei quartieri, ma se si non vive quella realtà difficilmente si è poi in grado di capirne le dinamiche e le richieste.

Il PS la scorsa legislatura ha portato in Municipio le firme raccolte con la petizione “È ora di ascoltare e valorizzare i quartieri!”. Abbiamo poi votato in consiglio comunale la modifica del Regolamento organico comunale inerente le commissioni di quartiere, per indurre un obbligo di consultazione per i progetti inerenti i singoli quartieri. Forse è un passo avanti, ma oggi come oggi è prematuro esprimere un giudizio sulle misure prese. Voglio sperare che un giorno funzionerà! Resto però convinta che Lugano non era pronta ad accogliere i 18 nuovi comuni, non era preparata a sufficienza per far sì che questo nuovo Comune potesse funzionare sia dall’ambito amministrativo, finanziario che da quello progettuale.

La fase I di aggregazione dei comuni di Breganzona, Cureggia, Davesco-Soragno, Gandria, Pambio Noranco, Pazzallo, Pregassona, Viganello nel 2004 doveva servire a far capire al Municipio che il Comune non era pronto ed abbastanza organizzato per accogliere così tanti comuni, ma sempre per lo stesso specchietto per allodole ecco che c’è stata subito un’altra aggregazione nel 2008 e poi ancora nel 2013.

Lugano ha disatteso le promesse fatte e non ha la gestione del territorio sotto controllo. Gli investimenti della città (se non obbligati dal Cantone, vedi sorgenti d’acqua o fognature, …) partono dal comparto del LAC ed arrivano al quartiere di Cornaredo passando dal Campo Marzio, ma dovremo aspettare ancora un po’ finché si spingano più in su.

Con quanto detto fin ora non voglio chiudere la porta in faccia alle aggregazioni e capisco che Lugano si trovi confrontata con nuovi ed enormi problemi da risolvere quali ad esempio la mobilità, i problemi ambientali, il potenziamento e miglioramento delle infrastrutture con tutti i loro problemi finanziari, ma sia con i Comuni limitrofi che col Cantone occorre instaurare un dialogo costruttivo se si vorrà arrivare ad avere, una forte riduzione dei Comuni e che siano maggiormente autonomi e funzionali per un migliore servizio al cittadino.