La città ideale, oggi, sa dare risposte responsabili alle fragilità, inevitabili in momenti di profondo cambiamento, è punto di riferimento per le cittadine e i cittadini. Queste parole le ho dette nel mio discorso di insediamento come presidente del Consiglio comunale. Era il 17 maggio, meno di due settimane prima che una decisione demolisse insieme all’ex macello anche l’idea di democrazia, giustizia, equilibrio, ponderatezza, del paese in cui sono nata. Oggi, resta un cumulo di macerie, nel cuore della città e dei cittadini che dalle istituzioni si aspettano rispetto delle leggi, giustizia, trasparenza. Una ferita morale per lo shock di vedere cancellato il simbolo di un modo di vivere alternativo, senza che se ne capisca il reale motivo. Ci si chiede quale sia il legame di causalità che unisce l’occupazione di un edificio privato poco distante, con lo sgombero immediato e la successiva demolizione di quella che per alcune persone è casa? Dov’era il pericolo imminente che giustificasse un’azione di forza che a molti ne ha ricordate altre non degne di un paese convinto di essere fra i più democratici? La demolizione è avvenuta per decisione della polizia o della politica? Speriamo di capirlo presto grazie alle inchieste del ministero pubblico. In questi giorni abbiamo sentito parlare di decisioni prese a tutela della popolazione, Ma chi è la popolazione? Tutti o solo una parte della cittadinanza? Chi decide quale parte ha diritto di protezione e sostegno e quale no? Le persone che partecipano all’autogestione sono parte della popolazione?

La politica deve perseguire il bene comune. Quanto avvenuto tra sabato e domenica lascia pensare che al centro non ci fosse l’interesse per il bene comune, ma piuttosto una volontà di affermare il potere. Abbattere muri è un’espressione che metaforicamente evoca apertura, accordo e progresso, ma come si può pensare che l’abbattimento fisico di quei muri possa risolvere problemi o, come alcuni pensano, eliminarli? L’autogestione è un bisogno di una parte della popolazione, non si cancella con le ruspe, vive e continuerà a vivere. Chi si assume ora la responsabilità della sua riorganizzazione, del contenimento della rabbia che nasce dalla negazione di un bisogno?

Il municipio ha dichiarato che da mesi, invano, fa appello al dialogo. L’autogestione chiede di essere riconosciuta come un’istanza sociale e non tollerata dalle autorità come un male necessario.

Una democrazia è, tra l’altro, un «insieme di istituzioni che […] consentono ai governati di ottenere riforme senza ricorrere alla violenza». Allora le autorità dovrebbero chiedersi quale sia la loro parte di responsabilità nel mancato dialogo, e come gestiranno quanto innescato. Spero che l’autogestione sappia indirizzare il suo disorientamento e la sua rabbia in maniera costruttiva agendo meglio di quanto abbia fatto l’autorità.

Ora bisogna guardare avanti, la sensibilità nei confronti dell’autogestione resta e, anzi, supera le aspettative, quindi serve mantenere uno sguardo aperto e inclusivo verso questa realtà alternativa.

Non si sarebbe dovuti arrivare a tanto ma ora bisogna instaurare dei canali di comunicazione per quel bene a cui ho accennato prima, per assicurarsi che tutti trovino uno spazio in cui si sentano liberi di esprimersi.

Tessa Prati (Presidente del Consiglio comunale di Lugano)