“Fare politica senza i partiti? Una sfida per la democrazia”: questo il titolo dell’incontro promosso recentemente dal Circolo Battaglini. Sono stati evocati diversi aspetti della “crisi dei partiti”, ma i più rilevanti mi sembrano quelli strutturali: le innovazioni tecnologiche e il loro impatto sui modi di produzione, le configurazioni sociali, le forme del potere. I partiti hanno avuto un ruolo essenziale fino a mezzo secolo fa: rappresentare classi sociali omogenee formate da persone consapevoli di appartenervi e di poter promuovere interessi comuni tramite partiti, sindacati, associazioni (la “classe per sé”, come la chiamava Marx).
L’ondata d’innovazioni tecnologiche fra il ‘700 e l’800 (carbone, macchine a vapore, ferrovie) permette di concentrare e sviluppare la produzione nelle fabbriche e nelle città (prima rivoluzione industriale). La borghesia industriale e urbana mette all’angolo l’aristocrazia agraria, assume il potere nelle istituzioni statali e deve fare i conti con l’altra classe emergente, quella degli operai, più forte della moltitudine dispersa dei contadini. Appaiono dunque vasti gruppi sociali omogenei con interessi riconoscibili e rappresentabili da partiti politici. I parlamenti e i governi da essi espressi, e non più le corti reali, diventano le istituzioni centrali del potere politico.
La seconda rivoluzione industriale fra l’800 e il ‘900 (elettricità, petrolio, motore elettrico e a scoppio) accresce la classe operaia, differenzia la borghesia (in “padroni” e “manager”), induce rivoluzioni e controrivoluzioni violente e guerre mondiali, fino al celebrato “compromesso socialdemocratico” del secondo dopoguerra.
Poi, dagli anni ’70 in poi, arriva (terza rivoluzione industriale) la microelettronica, i PC, internet, la telefonia mobile, la “fabbrica diffusa”, la globalizzazione. Emerge il “lavoro cognitivo”, si frammenta il mondo del lavoro dipendente, si contrae quello dei contadini, s’impone la centralità del consumatore e non più del lavoratore, crolla l’URSS, si modernizza la Cina, un ibrido di capitalismo e di pianificazione centrale. Senza più i vasti gruppi sociali con interessi omogenei da rappresentare, i partiti vanno in crisi e si confondono, i parlamenti stessi perdono potere a vantaggio degli esecutivi oltre che, ben inteso, dei poteri economici transnazionali, dei potenti operatori finanziari globali. I cittadini, che non si sentono più rappresentati perché non sono più rappresentabili collettivamente, cercano nuove vie per condizionare il potere delle istituzioni.
Con la quarta rivoluzione industriale (digitalizzazione, intelligenza artificiale, cloud computing, big data…) si afferma la tendenza alla disintermediazione: acquisti senza negozi, viaggi senza agenzie, informazione senza giornalisti, libri e musica senza editori e distributori, investimenti in borsa senza intermediari e, in un prossimo futuro (quello della blockchain), transazioni finanziarie senza banche commerciali e magari monete senza banche centrali. Come credere che i partiti, intermediari per eccellenza fra i cittadini e le istituzioni, non subiscano questa tendenza alla disintermediazione? E i parlamenti, luogo di predilezione delle contese e mediazioni fra partiti, sopravvivranno alla loro fine? Forse sì, magari con l’estrazione a sorte dei loro membri. Oppure no, soppiantati, secondo i paesi, dalla democrazia diretta referendaria facilitata dalla raccolta delle firme digitali e dal voto elettronico; o da strumenti interattivi diretti fra esecutivi e singoli cittadini; o da movimenti autorganizzati in rete come i Gilets jaunes, che non vogliono mediatori. Persino il “modello cinese” – partito-stato unico, autoritario ed efficace – potrebbe sedurre il mondo delle imprese e i cittadini disillusi verso i sistemi liberal-democratici.
“Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro della fine dei partiti”: sarà questo l’incipit del Manifesto del “nuovo Marx” del ventunesimo secolo?
Martino Rossi, economista (dal Corriere del Ticino del 08.02.19)