« Da oggi, sarà difficile non collegare il Capodanno al dramma di Crans-Montana». Questo vale per le famiglie delle vittime, per chi quella notte c’era e ne è uscito vivo, per la comunità. E probabilmente anche per i tanti che, pur non essendo stati direttamente toccati, sentono quella tragedia come qualcosa che li riguarda da vicino. Parte da qui la riflessione di Angela Andolfo Filippini, psicologa e psicoterapeuta specializzata in psicotraumatologia, che abbiamo interpellato per provare a comprendere l’impatto profondo, individuale e collettivo, dell’incendio al bar ‘Le Constellation’ che nella notte di San Silvestro ha provocato quaranta morti e centosedici feriti, tra i quali diversi ustionati in modo gravissimo, quasi tutti molto giovani.
«È chiaro che la comunità è stata sconquassata – dice Andolfo Filippini –. Pensando a quella notte emerge proprio l’immagine di qualcosa che viene devastato». Una frattura che non riguarda soltanto chi ha perso un figlio o una figlia, un fratello, una sorella, degli amici, ma che interessa un intero tessuto sociale. Quello avvenuto a Crans-Montana, dal punto di vista psicologico, «è senza dubbio un trauma collettivo», afferma la nostra interlocutrice. «Si tratta di un evento assolutamente inatteso, anomalo rispetto a quello che normalmente ci si può aspettare. Un fatto completamente fuori controllo che ha portato a conseguenze tragiche, con un numero elevato di morti e di feriti».
La dirompenza di simili eventi che accadono in luoghi di socialità, di festa, di leggerezza, sta anche nella loro capacità di infrangere l’illusione di sicurezza su cui si regge la vita quotidiana. E quando a morire sono soprattutto ragazzi e ragazze, il colpo inferto all’immaginario collettivo è ancora più violento. «La morte giovane è innaturale nel ciclo vitale. Di solito si invecchia e poi si muore – osserva Andolfo Filippini –. E quando la fascia d’età delle vittime è così bassa, rappresenta un colpo fortissimo, soprattutto dal punto di vista di un genitore». È uno strappo che ribalta l’ordine delle cose, che mette in discussione il patto implicito tra le generazioni.
E proprio per i genitori, dopo tragedie di questo tipo, il riflesso istintivo potrebbe essere quello di iper-proteggere: controllare di più, limitare le esperienze dei propri figli. Ma secondo la psicologa non è questa la strada migliore. «Più che limitare le libertà, è importante diventare interlocutori attivi – rileva –. Essere ad esempio più critici e consapevoli rispetto ai fattori di rischio emersi». Non si tratta quindi di costruire gabbie, ma di accompagnare dando strumenti di navigazione: «Capire bene cosa è accaduto, essere più attenti, più consapevoli. Questo vale in generale quando si ha a che fare con figli adolescenti e giovani adulti».
Sul piano del trauma collettivo una tragedia di questa portata lascia una ferita che può riattivarsi nel tempo, nei luoghi, nelle date. «Il primo dell’anno non sarà più solo una ricorrenza che segna un inizio, ma anche che ricorderà una perdita», osserva Andolfo Filippini. Nei giorni immediatamente successivi all’evento, la risposta collettiva è – come stiamo vedendo – spesso intensa: veglie, messe, rituali condivisi, presenza fisica. «Tutto questo occupa uno spazio importante ed è bene che sia così. C’è un altissimo livello di impegno nelle attività di salvataggio, di aiuto, di cura, una grandissima attenzione da parte dei media, una solidarietà in senso ampio che possono essere di supporto». È però fondamentale che non si oltrepassi la linea del rispetto. «Da parte dei media da un lato è essenziale che possano informare, chiarire, indagare. Dall’altro questo non deve mai sfociare nell’invasione nella sfera intima delle vittime e dei loro cari». E lo stesso vale per la cura: «Questa è tale quando si sta accanto all’altro secondo i suoi bisogni. L’invadenza nasce quando si supera il limite che non risponde più alle necessità delle persone colpite». A volte, aggiunge la psicologa, «una presenza silenziosa è più utile di una pressione a parlare quando non si è pronti».
Ma la vera sfida arriverà dopo, quando i riflettori sulla vicenda inizieranno a spegnersi: «Bisognerà capire cosa succederà fra tre o quattro mesi, un anno dopo e oltre», avverte l’esperta. «Quando verranno accertati gli intoppi burocratici, le incompetenze, le responsabilità. A distanza di tempo potrebbe emergere un senso di tradimento, di abbandono. È quindi soprattutto nella fase della ricostruzione che è necessario capire quali possono essere i programmi a lungo termine per prendersi cura di tale ferita».
Sul piano individuale, le conseguenze psicologiche per familiari e amici delle vittime possono essere devastanti. «Il trauma è un evento anomalo che ha un impatto psichico – spiega la psicologa –. Quello che ci si aspetta nella fase immediatamente successiva ai fatti sono reazioni acute di stress: ansia, disturbi del sonno, irritabilità, incubi, immagini intrusive, ipersensibilità ai rumori e agli odori. Si tratta di sintomi normali come risposta a situazioni abnormi», precisa. Il problema è ciò che può accadere dopo: «Se permangono, queste reazioni possono evolvere in sintomi più gravi, anche con tempi di latenza lunghi, identificabili nel disturbo da stress post-traumatico». Ed è qui che la parola chiave diventa una: tempestività. «In una situazione del genere è fondamentale l’accesso rapido alla cura – sottolinea Andolfo Filippini – in quanto il rischio di sviluppo di un disturbo da stress post-traumatico è molto elevato». Non solo per le vittime dirette, ma anche per quelle indirette: familiari, amici, operatori, soccorritori. «Esistono diversi livelli di vittimizzazione – ricorda la psicologa – e tutti meritano attenzione».
Un altro aspetto molto delicato riguarda i sopravvissuti con ustioni. Le percentuali di superficie corporea ustionata di cui si parla nel caso di Crans-Montana arrivano fino al 60 per cento, un dato altissimo. «Si tratta di persone che sono ancora a rischio di vita – dice Andolfo Filippini –. E per chi sopravvive a situazioni così gravi, c’è sempre il passaggio da un prima a un dopo l’accaduto, con le variabili del caso. Le cure sono lunghe, la riabilitazione può durare mesi, forse anni». Il confronto con un corpo trasformato è una prova enorme: «Bisogna capire quali sono le risorse individuali, in termini di resilienza – spiega la psicologa –. Come ci si può riconoscere e accettare di nuovo in questa altra forma». È un percorso a ostacoli, ma non privo di possibilità. «I traumi, se curati, possono anche portare a una crescita post-traumatica – sottolinea –. Si tratta di restituire valore alla vita, sapendo che siamo vulnerabili ma non necessariamente impotenti. La domanda diventa: cosa posso fare per tornare a vivere pienamente con questo corpo diverso? Ma è sempre difficile fare una prognosi».
C’è poi il tema delle immagini, dei video, dei commenti sui social. Le riprese amatoriali della tragedia diffuse nelle ore successive al suo verificarsi hanno sollevato indignazione e giudizi severi verso i giovani. Ma la psicologa invita all’impiego di una griglia d’analisi più complessa. «Qui si apre un grandissimo capitolo – dice –. Alcuni studi descrivono una sorta di inibizione nell’attivazione dei neuroni specchio, come conseguenza dell’esposizione precoce e prolungata alla realtà virtuale. Da questo scaturisce una difficoltà nella capacità di rispondere emotivamente alle situazioni in tempi brevi e quindi a un ritardo nella risposta nell’interpretare in maniera adeguata un evento. Questo potrebbe aver portato, è un’ipotesi che faccio, a un’incapacità di cogliere la situazione di pericolo in quel momento e quindi a rimanere nella modalità di festa».
Quanto ai giudizi a posteriori, la posizione di Andolfo FIlippini è decisa: «Fare critiche stando comodi sul proprio divano e lontano dalla situazione è facile – afferma –. Bisognava esserci per rendersi conto davvero del contesto che si è prodotto , fuori da ogni controllo e previsione ». I commenti, aggiunge la specialista, «sono un modo per gettare altra benzina sul fuoco, in una situazione già devastante e destrutturante. Un contributo inutile, forse persino stupido».
I social possono però essere anche uno strumento utile per aiutare a elaborare un dolore collettivo e a manifestare solidarietà? «Oggigiorno sono sicuramente uno strumento importante nella vita sociale degli adolescenti, ma io insisto sulla prossimità – risponde la psicoterapeuta –. Sulla vicinanza fisica, in un tempo e in uno spazio condiviso». Perché alla fine, conclude Andolfo Filippini, «poter piangere nelle braccia vere di qualcuno è molto più autentico e desiderabile».
Una cosa è certa, la notte di Crans-Montana continuerà a riaffiorare nei corpi segnati, nei ricordi, nelle date simboliche. La possibilità di attraversarla senza restarne prigionieri dipenderà dalla capacità di prendersi cura – davvero – di chi è rimasto. Non solo ora, quando il dolore è ancora sotto gli occhi di tutti, ma soprattutto dopo, quando il clamore si attenuerà e resterà la parte più difficile: andare avanti.
La Regione di giovedì 8 gennaio 2025, Angela Andolfo Filippini intervistata da Cristina Pinho