Pubblichiamo il discorso d’insediamento del neo-presidente del Consiglio comunale di Lugano, Marco Jermini.
Onorevoli colleghe e colleghi, On. Municipali, cari concittadini,
voglio dapprima ringraziarvi per aver dato la vostra unanime adesione alla proposta del mio gruppo di designarmi a questa carica. Vi sono sinceramente grato e vi assicuro che cercherò, nel limite delle mie capacità, di mettere tutto il mio impegno per dirigere nel migliore dei modi le nostre sedute, con la stessa attitudine che ha contraddistinto il mio lavoro in questo nostro Consiglio. E nella consapevolezza che presiedere un CC è comunque un compito diverso che lavorare in ambito commissionale, garantisco sin d’ora che mi sforzerò sempre di attenermi alle norme previste dai nostri regolamenti, quale arbitro imparziale, affinché i nostri lavori possano svolgersi celermente e in un clima positivo e propositivo, per il quale mi permetto sin d’ora di richiedere la vostra comprensione, tolleranza e senso di responsabilità.
Il compito che spetta a noi consiglieri comunali è di grande importanza: rappresentare i cittadini e prendere delle decisioni che avranno delle ricadute su tutti loro. Un compito divenuto nel tempo sempre più difficile ed oneroso, poiché i problemi da affrontare si sono fatti più complessi e difficili, tanto da necessitare competenze settoriali e specifiche. E ciò malgrado mantenendo uno dei principi a noi più cari della nostra cultura democratica, lo spirito di milizia, che assicura un contatto diretto con la realtà vissuta quotidianamente dai nostri cittadini, per i quali noi ci riuniamo in questa assemblea. Uno spirito che fa leva sul senso di responsabilità del cittadino, chiamato a dare un contributo fattivo alla propria comunità, ma animato anche da quell’interesse per la politica che è una vera e propria passione, alimentata da forti sentimenti.
Confessiamolo, care colleghe e cari colleghi, cos’è che ci fa far tardi la sera, presi da discussioni animate, che a volte ci fanno dimenticare che a casa c’è qualcuno che ci aspetta e anche scordare le beghe professionali? che ci procura una certa adrenalina, che ci fa entusiasmare e stizzire e che ci dà la forza di impegnarci ancora dopo delusioni e smacchi… se non questa passionaccia che è la politica.
Ma se è innegabile che tanta parte ha questa dimensione emozionale, passionale, persino irrazionale nello svolgimento del nostro compito, che ne sarà delle decisioni che prenderemo e che avranno degli effetti tangibili sulle finanze, sulla formazione, sulla sicurezza, sulla salute, sulla vita dei nostri cittadini? Ditemi: può bastare affidarci alle nostre buone intenzioni? quando non alle nostre paure? Può bastare ragionare con il cuore o peggio – come avviene sempre più spesso – con la pancia?
Ognuno di noi non può forse dirsi un esperto relativamente alle differenti problematiche che deve valutare, tuttavia ognuno di noi può mettere a disposizioni le nozioni e le competenze acquisite durante la propria formazione e il proprio percorso professionale, nonché attraverso le esperienze vissute nella propria esistenza.
Anch’io mi sono interrogato sul modo in cui posso essere utile. Come funzionario nel settore della salute pubblica posso certamente mettere a disposizione competenze professionali in diversi settori, come quello della salubrità delle acque, della ristorazione collettiva, della salute in ambienti domestici piuttosto che lavorativi, della qualità dell’aria e del suolo, prestando sempre la dovuta attenzione a non entrare in conflitto di interessi. Ma credo, che al di là di questo, un contributo più generale possa derivare da una formazione scientifica in senso lato. Cioè dall’essere abituato a ragionare sulla base del metodo scientifico, un metodo che vuol essere logico e razionale. Per essere più esplicito: cercando di applicare questo metodo anche al modo di decidere all’interno di questo organismo e delle sue commissioni.
Ma poiché già vedo qualche collega sbiancare, voglio rassicurarvi. Non intendo trasformare questa storica sala, dove hanno risuonato i bei concetti infiorati dalla più colta retorica dei nostrani tribuni che ci hanno preceduto, in un laboratorio con provette e microscopi. Potete tirare un sospiro di sollievo. Già bastano i traumi scolastici suscitati da solerti insegnanti di scienze, biologia, matematica, chimica o fisica.
Ma credo necessario, da parte di tutti noi, di cercare, non dico di zittire passione e sentimenti, ma di appellarci anche alla nostra parte più razionale, ragionando a mente fredda, per pesare e soppesare i pro e i contro. Oserei dire anche mettendo da parte le questioni partitiche, soprattutto quelle meno nobili, che purtroppo, quando diventano faziosità, non partoriscono che pasticci, facendo perder tempo a tutti e dando un’immagine assai negativa dell’attività politica ai nostri cittadini, alimentando ancor più la loro disaffezione.
Ma qualcuno obietterà: ma se è proprio la scienza ad insegnarci che gli esseri umani, quando si tratta di prendere delle decisioni, si affidano più all’istinto che alla ragione. Infatti le moderne ricerche che studiano il nostro cervello, in particolare la psicologia cognitiva e le neuroscienze ci hanno rivelato alcuni meccanismi per certi aspetti del tutto sorprendenti, rispetto alla visione che avevamo un tempo sul modo di ragionare degli esseri umani.
Oggi sappiamo che molto è dovuto ai ricordi emotivi del passato, ai pregiudizi, al parere di un capo carismatico, alla tendenza a semplificare quello che è complesso, a temere piuttosto una piccola perdita rispetto alla possibilità di ottenere un grande guadagno, a voler difendere le nostre idee a tutti i costi, per non dire del peso di quanto si legge sui social media, attraverso i quali notizie inventate di sana pianta riescono a far breccia e a mantenere dormiente il nostro stato critico, e via di questo passo.
Ma allora, dobbiamo per questo rassegnarci a mettere in soffitta la logica e la razionalità, e lasciarci trasportare solo dai nostri istinti, da meccanismi che neppure noi siamo consapevoli di mettere in atto?
Io credo proprio di no. Anzi, proprio perché oggi meglio conosciamo anche queste “trappole” cognitive, questi processi che attivano il nostro cervello, dobbiamo impegnarci affinché non si cada nell’errore e nell’arbitrio, tanto più che a pagarne le conseguenze saranno tutti i cittadini.
E allora lasciatemi concludere, ricordando la lezione di un grande statista italiano, Luigi Einaudi, quando affermava che bisogna “conoscere per deliberare”, benché aggiungeva poi nelle sue Prediche inutili “nulla, tuttavia, ripugna più della conoscenza a molti, forse a troppi di coloro che sono chiamati a risolvere problemi”.
Per poter deliberare, decidere, è necessario avere a disposizione un quadro, quanto più oggettivo, della situazione. E quanto più questo quadro sarà preciso, dettagliato, completo, tanto più potremo decidere in modo non casuale. E qui non posso non appellarmi al nostro Esecutivo, invitandolo a non presentare più messaggi senza avere la certezza che chi sarà chiamato a leggerli e valutarli in nome di tutta la cittadinanza abbia veramente a disposizione tutti gli elementi discriminanti essenziali per arrivare a conclusioni oggettive.
E pur ammettendo che le nostre decisioni sottostanno in parte a processi diciamo così irrazionali, in questa fase, quella dell’acquisizione della conoscenza, ben poco spazio dovremmo concedere a ciò che razionale non è. È nostro dovere e diritto disporre di tutte le informazioni necessarie. E non confondere le conclusioni dalle decisioni.
Decidere vuol dire, se vi sono più opzioni, scegliere, e scegliere in base alle nostre priorità. Mentre le conclusioni non possiamo sceglierle: sono quel che sono e non possono essere altrimenti. Sono giuste o sbagliate.
Chi sceglie è responsabile degli effetti della propria scelta. Mentre le conclusioni sono un dato di fatto. La nostra responsabilità, semmai, sta nel vigilare affinché le informazioni fornite siano corrette e sufficienti per trarre conclusioni. Decidere compete a delle scelte politiche, in base alle proprie convinzioni, ai propri ideali, ai propri obiettivi. Le conclusioni invece non dipendono da nessuna decisione, né tanto meno possono cambiare a seconda del colore partitico. E allora, almeno in questa fase iniziale, sarà importante un lavoro serio, diciamo “scientifico”, perché è da esso che dipendono poi le nostre valutazioni.
Non potremo certo essere noi a dimenticare la lezione del massimo propugnatore del progresso civile nel nostro cantone, dell’ “incivilimento” della società e della popolazione ticinese: Stefano Franscini, che mosso da grandi visioni ideali, seppe realizzare progetti fondamentali per il singolo così come per la comunità in cui visse, partendo però sempre da approfondite analisi e conoscenze della realtà. Fu lui a creare in modo pionieristico l’Ufficio federale di statistica e a battersi affinché l’azione di governo fosse permeata dalla scienza statistica, che oggi alcuni vorrebbero smantellare per contenere la spesa pubblica, considerandola un lusso inutile, quando essa è invece garante di trasparenza, preferendo magari ai dati statistici quelli dettati del senso comune che, – vi ricordate i “Promessi Sposi”? – per paura del quale faceva star nascosto il buon senso. In quest’ottica un plauso va al nostro esecutivo per aver creato all’inizio del 2016 il Servizio di Statistica Urbana.
Concludendo: La politica sarà un’arte (come diceva il buon vecchio Bismark) e non una scienza esatta. Ma tutti noi dobbiamo dare sempre più del massimo per non convenire anche con Groucho Marx quando asseriva che “la politica è l’arte di cercare guai, di trovarli sempre e dovunque, di farne una diagnosi inesatta e di applicare i rimedi sbagliati”.
Vi ringrazio e auguro a voi colleghe e colleghi e a voi Municipali un proficuo 2° anno di legislatura, a favore di tutti i nostri concittadini.
Marco Jermini
Lugano, 03.07.2017
(crediti fotografici: archivio storico lugano)