A parte il cattivo gusto di certe dichiarazioni di politici che ci rappresentano nelle istituzioni nazionali, la frase che più mi ha colpito in questi giorni nella discussione a proposito delle dovute e sentite scuse che sono state rivolte a Liliana Segre, vittima sopravvissuta dell’Olocausto degli ebrei, è stata la seguente: “Non ci sto proprio ai sermoni politicamente corretti, quando ormai tutti devono scusarsi per qualcosa che spesso non conoscono” (Iris Canonica, opinione apparsa sul “Corriere del Ticino” del 6 dicembre corrente).

La frase di Canonica si riferiva alle eventuali “colpe dei ticinesi” riguardo al rifiuto inumano di accogliere in Svizzera (alla frontiera ticinese) Liliana Segre (purtroppo il suo caso non fu l’unico), che dovette poi affrontare la prova più terribile: il campo di sterminio nazista.

Quando si ricorda la caccia e lo sterminio di un intero popolo, il massacro di inermi più cruento di sempre, credo che nessuna scusa sia di troppo. Prima di tutto, lo scusarsi o meno è segno di umanità e civiltà e una persona “deve avercelo dentro” questo bisogno, anche nel caso le scuse dovessero concernere in parte la propria comunità avita. Immanuel Kant, il filosofo tedesco, propose un’etica che è ancora, per nostra fortuna, alla base delle moderne società democratiche: l’etica della responsabilità sia collettiva sia individuale (ogni uomo, secondo Kant, la sera davanti allo specchio sa chi è e cosa ha fatto).

Ma a parte tutto questo, rimane ancora quel “…per qualcosa che spesso non conoscono”. E allora parliamone, diciamolo cosa fu veramente l’Olocausto degli ebrei negli anni ’40 del Novecento (assieme agli ebrei furono sterminati, forse meno sistematicamente ma altrettanto crudelmente, i Rom e gli avversari politici, mentre alle persone con handicap – che qualcuno anche oggi chiama “i prediletti da Dio” – fu riservata un’eliminazione separata).  

L’ideologia nazista, alla base di questo orrore mostruoso, fu, ricordiamolo, un’ideologia di morte. L’altro filosofo tedesco, Martin Heidegger, rifletteva sul “senso di morte” nei suoi scritti più celebri pubblicati in quegli anni. Fra le altre cose, il nazismo fu fondamentalmente anti-cristiano. La lezione dell’antropologo francese René Girard suona infatti chiara e forte: fu possibile considerare la persona nell’interezza dei suoi valori umani e individuali solo dal momento in cui il Cristianesimo rivendicò un’anima anche per il più umile degli schiavi. Il nazismo, razzista e deciso a spazzar via “i non ariani”, combatteva attivamente questo modo di pensare cibandosi dei miti di un neo paganesimo definito a partire dal concetto di razza.

Divisa la società in ariani e non, assegnato al popolo tedesco un ruolo predominante e investitolo della “missione” di allargare il suo “spazio vitale”, il nazismo partì alla conquista dell’Europa, prima a occidente, poi a oriente. Ma la benzina ideologica di personaggi come il ministro della propaganda nazista, Joseph Göbbels, fu l’odio: indicare un popolo da odiare (in seguito da eliminare), da battere, spogliare e distruggere fu l’incredibile collante di una società malata e revanscista: essa rinunciò in fretta e furia ai valori etici (Kant, Hegel) sviluppatisi proprio in Germania.

Insomma, gli ebrei furono il gigantesco capro espiatorio della crisi economico-morale tedesca, capro espiatorio – come ci insegna ancora una volta Girard – su cui incanalare le frustrazioni di decine di milioni di uomini e donne impoverite e incattivite dalle sanzioni con cui i tedeschi dovettero fare i conti dopo la sconfitta nella Prima guerra mondiale. Il popolo, coinvolto in questo orribile spettacolo della morte (ricordiamoci, accumulando orrore all’orrore: le camere a gas furono proposte come “soluzione pratica” dello sterminio dato che molti “fucilatori” dell’esercito tedesco risentivano di disturbi psichici dopo i massacri eseguiti), ha dovuto elaborare per decenni il lutto della propria società morale e non ultimi a ricordarglielo furono proprio gli studenti tedeschi ribelli dei tardi anni Sessanta che non perdonarono alla generazione dei padri l’orrore commesso. Questo lutto è scaturito in leggi interne severissime per quel che riguarda le manifestazioni pronaziste e da pentimenti pubblici che hanno fatto la storia del dopoguerra (celebre quello del cancelliere Willy Brandt).

Non vediamo dunque alcun male a porgere, in quanto ticinesi, anche noi delle scuse sentite a persone che hanno sofferto (alcune sono morte) a causa di un’applicazione inumana di leggi promulgate ad hoc. Consci del fatto che il Ticino, magari più di altre parti, fu anche e spesso il cantone dell’accoglienza, credo proprio che possiamo permetterci di scusarci quando le cose andarono male, anzi peggio, ovvero quando prevalse un riprovevole senso della salvaguardia innanzitutto di se stessi a danno della naturale (lo ripeto: bisogna però possederla, custodirla dentro di sé) tendenza alla generosità umana.

Leggi anche il comunicato del PS Lugano sul tema

Sergio Roic, scrittore