Pubblichiamo questa presa di posizione di Giorgio Mainini apparsa sui quotidiani negli scorsi giorni.

Domenica 23 giugno: bella giornata, adatta ad una gita in barca con relativi bagni. La foce della Magliasina è la meta ideale. Purtroppo sono state posate boe con cartelli che vietano l’attracco da lago. Anni or sono, la memoria è quella che è, mi era arrivato tra le mani un documento senza data, preparato da una ditta di Riazzino, che tra le altre cose prevedeva, nelle norme di attuazione, proprio quel divieto. Finalmente, data l’urgenza, il Consiglio di Stato, il 1o marzo del 2016 approva il Decreto di protezione della foce della Magliasina, in pratica una fotocopia del documento precedente, preparato dalla stessa ditta, con il quale l’attracco è vietato. Con altrettanta urgenza le boe vengono posate nella primavera del 2019. Le basi legali, federali e cantonali ci sono tutte. Perfetto: l’ambiente vegetale e animale ne trarrà beneficio.
Però qualche osservazione non mi pare fuori luogo.

Da decenni l’accesso alle rive del lago di Lugano è praticamente impossibile ovunque per la loro occupazione da parti di privati, nonostante la Legge federale sulla pianificazione del territorio del 22 giugno 1979 preveda di “tenere libere le rive dei laghi e dei fiumi ed agevolarne il pubblico accesso e percorso“. Dove non ci sono i privati e i Comuni con i loro muri, le rive o sono impraticabili o decorate di cartelli che vietano la balneazione. Ora, un altro mezzo chilometro di riva è bloccato dalle autorità.

In pratica, prima del divieto, durante i mesi caldi, diciamo da maggio a settembre, il sabato e la domenica, ciurme con i coltelli fra i denti (quattro uomini, quattro donne, cinque o sei bambini con paletta e secchiello) sbarcavano da galee, galeoni e galeazze per farsi una nuotatina su venti metri di riva.

Sono i pochi che avevano l’occasione di vedere folaghe, svassi e anatre allo stato selvatico,
oltre a due colonie, una di marangoni e una di aironi cinerini che, a differenza di noi uomini, convivono felicemente su due alberi vicini. Premesso che la difesa e la protezione dell’ambiente mi convincono, ciò che mi lascia perplesso, data le situazione come l’ho descritta sopra, è la sproporzione tra il divieto e il bene che si intende difendere.

Che, poi, altre rive (foce della Maggia e del Cassarate per esempio) siano occupate da decine e decine di bagnanti con cani, grill, radio, panini, lattine di bibite e quant’altro, usi, non tutti per fortuna, a lasciare segni della loro permanenza, tutto ciò sembra non disturbare la fauna e né danneggiare la flora. Qualche maligno ha insinuato che sulla sponda destra sono in progetto la riattazione di una casa e la costruzione di un villaggio per ricchi pensionati e che la protezione riguarda più loro che non l’ambiente. Ma ai maligni non bisogna dare ascolto, fino a prova contraria.

Sarebbe bello se il lodevole Consiglio di Stato soddisfacesse il sacrosanto desiderio di protezione della natura e del bene comune facendo applicare la norma, virgolettata sopra, della Legge federale.