di Simona Buri, granconsigliera
Cos’è cambiato dallo scorso novembre rispetto all’iniziativa voluta dall’estrema destra che 19 ottobre 2021, con una risicata maggioranza del Gran Consiglio formata da UDC-Lega-PLR-destra PPD, ha approvato un decreto legislativo concernente il pareggio del conto economico del Cantone Ticino entro il 31 dicembre 2025?
Il Sindacato VPOD Ticino, con il sostegno del Partito Socialista, ha lanciato il referendum ed è riuscito a raccogliere le firme necessarie per dare la possibilità al popolo ticinese di fermare il blocco e il degrado dei servizi e delle istituzioni. Il 15 maggio andremo quindi alle urne!
Il popolo ticinese ha ora la possibilità di esprimersi evitando che a passare alla cassa siano nuovamente gli utenti e il personale delle strutture sociosanitarie, delle scuole cantonali e comunali, dei servizi cantonali per la popolazione e degli enti universitari, della ricerca e della protezione dell’ambiente. Con il tuo NO a questo decreto legislativo ti puoi opporre a una politica che vuole contenere la spesa mettendo solo le mani alle forbici, perché è inutile nascondersi dietro una foglia di fico: se lo Stato preventiva un disavanzo, senza aumentare le entrate per arrivare al pareggio di bilancio, si potrà solo tagliare.
Negli ultimi 25 anni ci sono state innumerevoli misure di risparmio che hanno interessato il personale e i cittadini. Poi, come spesso accade, oltre al danno c’è stata la beffa. Ogni volta, appena raggiunto un timido equilibrio finanziario, le stesse forze politiche che hanno sostenuto questo testo inneggiando all’equilibrio finanziario promuovono e votano inutili sgravi fiscali che rigettano ciclicamente nel profondo rosso le finanze cantonali. Chi ha saccheggiato le casse can- tonali ora vuole risanare contenendo la spesa pubblica senza intervenire sulle entrate. Questa è una politica consapevole delle casse vuote, volta a indebolire la forza e la progettualità stessa dello Stato.
Ricordo, infine, che contenimento della spesa non significa però solo tagliare, ma anche rinunciare a nuove politiche. In questo modo ci si rifiuta di guardare e affrontare i cambiamenti epocali in corso, tra cui la decrescita demografica, i mutamenti climatici, l’aumento delle disuguaglianze e la digitalizzazione. Smettere dunque di investire nella società vuol dire mettere la polvere sotto lo zerbino facendo pagare il conto alle generazioni future.
Ora abbiamo, care concittadine e cari concittadini, la possibilità di opporci a quest’idea di politica, andiamo alle urne e diciamo NO!