In che contesto è nato lo skatepark? Per quale motivo si è sentita la necessità di avere questo spazio?

Lo skatepark è nato perché serviva un posto in cui potessimo liberamente skateare. A fine anni ‘90 andavamo in Piazza Indipendenza e al Palazzo dei Congressi e, ovviamente, rovinavamo panchine, muretti e altri elementi di arredo urbano. Spesso la polizia interveniva e ci diceva che non potevamo. A volte si riusciva a scappare e loro ci inseguivano, ma se ci fermavano venivamo multati. Un po’ come un film anni ‘80: eravamo i teppistelli della Città. Ricordo con simpatia di essere stato fermato da Nicoletta, ho ancora 2 multe a casa.

Prima dello skatepark c’era una rampa vicino all’ex termica. Tuttavia, quando avevo 13-14 anni abbiamo iniziato a chiederci se non fosse ora che anche a Lugano ci fosse uno skatepark vero e proprio. Ad emergere è stato Yari Copt che si è fatto portavo- ce nei confronti delle autorità. Ricordo che Nano Bignasca si era mobilitato molto per questo tema. Il Municipio ha compreso il nostro bisogno di uno spazio e visto l’opportunità di investire “una tantum” e non continuare a spendere soldi per mettere a posto in centro, perché certamente lasciavamo il segno!

Quando sono iniziati i lavori alla Gerra eravamo in fibrillazione. Andavamo di settimana in settimana a vedere lo stato del cantiere. Da quel momento
in avanti, il rapporto con le autorità è sempre stato molto buono. All’inizio l’area street era solo un piazzale e noi piano piano abbiamo costruito diversi elementi. La zona si è sviluppata sempre in collaborazione con il dicastero sport: oggi è all’altezza delle competizioni internazionali. Siamo passati da teppistelli che tiravano giù mezza Piazza Indipendenza a essere un interlocutore che è riuscito ad instaurare un rapporto propositivo con il Comune.

Le mode cambiano e così anche la società. Perché lo skatepark continua ad avere successo?

Allo skatepark c’è un ambiente fantastico, siamo uniti e si creano dinamiche simpatiche: per esempio, quello che arriva e prima di cominciare a skateare saluta tutti, lo chiamiamo “Saluto”. Nonostante alcuni abbiano smesso di skateare, c’è un ricambio generazionale. Una volta eravamo una quindicina e arrivava qualcuno da fuori Città, invece adesso è diventato molto più frequentato, ma comunque bello: in una giornata in cui ci sono le lezioni di skate, vedi la magia, vedi proprio la passione. C’è anche chi viene solo per fare conoscenza, perché allo skatepark trovi anche socializzazione e incontro. Inoltre, una struttura come quella di Lugano ha permesso a diverse persone molto brave di entrare in circuiti internazionali riu- scendo a fare tour anche negli Stati Uniti. Per questi motivi, lo skatepark rimane sempre un luogo d’attualità.

Quali progetti si sono creati attorno allo skatepark?

Allo skatepark si sono tenute diverse gare di carattere internazionale in cui tutti assieme ci si impegnava, da chi gestiva l’organizzazione a chi faceva la griglia. Sono nate diverse band (TFF, Silence of Chaos, Knives Out, Cattivo Esempio) così come realtà imprenditoriali. Inoltre, allo skatepark sono cresciuti artisti come Han Sessions o Ivan Spoti. Quindi non è soltanto skate. Per esempio, nel ‘98 è stato creato un gruppo, i Warriors. All’inizio eravamo semplicemente amici che skateavano, ma piano piano, sempre autofinanziati, siamo cresciuti e alcuni di noi hanno partecipano a contest in Europa o altrove. Cerchiamo di fare e proporre cose per la gente, spesso in collaborazione con altre attività a Lugano: per esempio, stiamo pensando di organizzare qualcosa nell’ambito del concerto della band di Steve Caballero (noto skater e cantante, ndr) che si terrà a Lugano: una giornata di skate con lui e un piccolo contest con il lago come sfondo. Warriors è, infine, diventato anche un brand di tavole da skate e di vestiti. Ora la gestione è passata a skaters più giovani.

Quanto racchiude questo impianto può essere un modello da applicare ad altri ambiti?

Dipende. Ad esempio, con altri sport è un po’ complicato, perché qualcuno ti deve dire come, cosa e quando lo devi fare. Con lo skate no. Allo skatepark i bambini che iniziano possono frequentare delle lezioni, ma in fondo gli insegnano a non aver paura, perché andare con lo skate significa seguire il proprio istinto: ce l’hai o non ce l’hai. È uno sport libero, perché non devi avere troppe competenze. In generale, questo luogo dà la possibilità alle persone di incontrarsi, gestirsi in autonomia e ha permesso di sviluppare iniziative che sono partite dal basso. Quindi, lo skatepark in quanto luogo aggregativo e spontaneo dove trovarsi e condividere, è certamente un modello.

L’opinione dei copresidenti

Lo skatepark è la dimostrazione dell’esistenza di convivenza e tolleranza anche a Lugano, dove in passato i punti di incontro sono stati cercati e trovati. Geri Hugo, con la sua esperienza, ci ha mostrato che è possibile. Non sembra invece averlo capito l’attuale Municipio. Dopo mesi duri anche dal punto di vista psicologico, la politica luganese ha risposto, certo, ma con proiettili di gomma sparati dalla polizia in tenuta anti sommossa: dove sta la capacità di cogliere le opportunità e comprendere le necessità dei giovani?

Il continuo ragionare su grandi progetti (gli stessi che da anni continuano a bloccarsi qua e là) ha probabilmente fatto dimenticare che Lugano ha 20 piazze e ben oltre 60’000 abitanti e che non per forza devono andare al LAC, alla partita o frequentare i grandi eventi. Servono anche spazi che favoriscono l’incontro spontaneo;  serve supporto alle associazioni di paese, alle iniziative magari poco strutturate, ma che con costanza e impegno portano avanti tradizioni decennali o sviluppano nuove realtà per soddisfare nuovi bisogni. Tutti hanno bisogno di un Municipio pronto all’ascolto e all’aiuto, che sappia cogliere le occasioni che nascono dal basso per rispondere all’eterogeneità dei bisogni di un Comune che cresce.